L’altra grave crisi del debito (e non solo) e i suoi risvolti tragicomici di provincia

xamax0

Di questi giorni dalla Svizzera arriva notizia di un altra clamorosa decisione riguardante una squadra della massima categoria calcistica.

Appena qualche giorno dopo la sanzione disciplinare che ha coninvolto l’FC Sion, coinvolto in una infinita sequela giudiziaria con la UEFA e condannato su pressione della Federazione Internazionale delle Associazioni alla perdita di ben 36 punti (a partire da 31!), ora tocca al Neuchatel Xamax, escluso per la prima decisione della SFL dalla Serie A elvetica, e relegato fuori dalla lega nazionale.

I motivi sono molto semplici: la squadra non è in grado di provare benché minima garanzia finanziaria, stante che le dichiarazioni di liquidità precedentemente presentate dalla dirigenza si sono rivelate un falso clamoroso. Ci si riferisce a ingannevoli documenti bancari che avrebbero dovuto documentare disponibilità di circa 30 milioni di euri di Bulat Chagaev, presunto miliardario ceceno, che prima di questa stagione ha assunto la proprietà della società romanda.

La storia è di quelle già viste. Una squadra di bassa classifica sempre a rischio, con un passato non troppo lontano di vincente. Arriva un carattere a dir poco losco che si presenta per il suo conto in banca come il messia; a nessuno fa problema da dove arrivino quei soldi, egli stesso afferma che “non esiste differenza tra denaro sporco e pulito”. Si sa solo, ed è certo, che vuole spendere e molto, nella squadra. Ma qualcosa andrà storto. I primi segni si hanno nella gestione un po’ strana: dopo poche giornate sono già cadute le teste di diversi allenatori e persino giocatori. Anche il presidente è sostituito con un portaborse. Nel frattempo la giustizia civile inizia ad interrogarsi sull’identità del ceceno e dei personaggi del suo entourage: fino a ipotizzare problemi con i permessi di soggiorno!

Ma i veri problemi si hanno quando la fino ad allora presunta ricchezza di Chagaev viene messa in dubbio smascherando l’inganno delle carte bancarie di cui abbiamo detto. Da allora lo Xamax non ha saputo rispondere alle sollecitazioni che chiedevano nuove garanzie. Fino all’epilogo di questa settimana: ritiro della licenza per la lega nazionale, fine, forse, di una storia centenaria.

Caso particolare, impensabile negligenza della dirigenza del club e scarsa sorveglianza della lega. Eppure non isolato, non estraneo alla giungla liberista del calcio mondiale. Finalmente questa storia si inserisce nelle dinamiche gestionali usuali al calcio che conta, quello europeo. Non è un mistero: molte squadre vivono al di sopra delle proprie possibilità, molte tra le grandi d’europa. “Investire nello sport e nel calcio” è un’espressione paradossale (a meno di adottare metodi spesso aldilà dei limiti del giuridicamente accettabile). Anche là dove vi sono al momento garanzie quasi assolute grazie alla presenza di un mecenate (e non “investitore”!!) la gestione societaria è invero inadeguata: basti pensare al caso non tanto assurdo dell’abbandono dei patron di squadre come Chelsea (o anche, volendo, Milan). Il clima generale detta una vera e propria corsa all’autodistruzione, che costringe anche organizzazioni periferiche a lanciarsi in avventure inavvedute. Il calcio europeo soffre da tempo di una grave crisi del  debito, un enorme bolla pronta ad esplodere e tenuta in pressione grazie a capitali orientali. Ma come abbiamo capito in questi mesi, il problema non è il debito in sè, bensì la sostenibilità di questo. Ma parlare di sostenibilità è parlare di sanità delle strutture, di mentalità, di corrispondenza tra la realtà che sta dietro la società sportiva e la sua organizzazione. Non sarebbe un concetto troppo lontano dall’abusatissimo “sviluppo sostenibile”: i club sportivi hanno bisogno di assimilare un concetto di sviluppo sostenibile, affinché ciò che si fa nel presente non lasci nel prossimo futuro deserto e desolazione.In questo senso l’azionariato popolare è un modello che può aiutare a far sí che sia meglio rispecchiato il retroterra di una squadra nell’azione del club, è una via che molte società con ampio sostegno potrebbero percorrere.Ma non è l’unica. Stupisce positivamente il modello impostato nel calcio tedesco dove solo alcune solide realtà legate da sempre a grandi gruppi industriali (Bayer, WV) mantengono il diritto ad una struttura azionaria pura, mentre alle altre è imposto, nel caso vogliano costituirsi in società anonima, che il 50+1 percento della proprietà (vale a dire la maggioranza assoluta) rimanga nella mani di una organizzazione senza scopo di lucro, gestite sostanzialmente dai membri della tifoseria: questo perché non si arrivi a situazioni simili a quelle di Neuchatel, e la “successione” sia sempre garantita.Non si tratta perciò di allinearsi a un modello unico, bensì di diversificare i tipi di proprietà, meglio legandoli alle loro peculiarità storiche: questo siamo certo potrebbe essere da aiuto, di riflesso, anche in ambito competitivo.D’altra parte ci sono squadre che già godrebbero di per sé di solide basi  su cui mantenersi: è assurdo ad esempio che siano proprio le squadre inglesi con introiti più che milionari da prodotti commerciali e diritti televisivi all’estero a subire maggiormente i rischi di insolvenza.In questo senso trovo sia enormemente sbagliata la politica, di impronta maastrichiana, del cosìdetto “fairplay finanziario”: espressione ridicola e molto corretta per non dire altro che una traslazione in campo d’erba delle dominanti politiche economiche europee, tutte basate su niente se non il pareggio di bilancio. Ma, così come ad assorbire il debito pubblico non potrà che essere una innovata espansione economica, allo stesso modo le perdite delle società sportive saranno ammortizzate solo attraverso il rinnovamento nella conduzione generale di questo ambito.

In questo senso la Uefa dovrebbe finalmente introdurre un tetto salariale stagionale unico, a livello europeo, tra i 50 e gli 80 milioni di euro: esso non andrebbe così a danneggiare più di tanto i potenti che sono solitamente contrari a questi tipi di interventi, né metterebbe in pericolo la supremazia europea. Avrebbe invece l’effetto di liberare un gran quantità di talento che è trattenuto inutilizzato nelle grandi squadre, di fatto eroso: altre squadre ne disporrebbero in maniera utile. Così tutte le squadre si troveranno a dover valutare meglio i giocatori su cui puntare.  Inoltre, e non è secondario, si limiterebbero le pretese dei singoli giocatori.

Le conseguenze ultime sarebbero un innalzamento generale del livello del calcio europeo e un ulteriore promozione nobilitante dei lavori di scouting e dirigenza sportiva. Così facendo non si intaccherebbe quasi per nulla l’attuale gerarchia europea, non avvicinandosi realmente ai metodi di democratizzazione tipicamente americani e utopici alle nostre longitudini, ma si permetterebbe a club come Milan o Inter risparmi attorno ai 40- 70 milioni l’anno.

Sarebbe ancor più interessante poter introdurre un tetto anche per quel che riguarda i trasferimenti, ma le due misure combinate sarebbero eccessivamente limitanti (e quindi inaccettabili) e la prima è decisamente preferibile: è probabile che in effetti si continuerebbe a spendere molto per pochissimi giocatori, ancora più preziosi, eppure gli acquisti totali sarebbero in ogni caso minori e più mirati.

Ma quel che ci interessa è che in questo modo si potrebbe arrivare a ridurre di molto la velocità di questa corsa selvaggia che coinvolge i club europei, modificando almeno in parte la mentalità del successo costi quel che costi che oggi affanna ed erode.